Un ventennio da dimenticare, ma non è quello fascista

December 9th, 2009

Nel 1992 con tangentopoli inizia il declino dell’Italia, con la trasformazione dell’economia dalla produzione industriale all’esposizione mediatica. Tutto era incentrato nel fare, nel costruire, nel primeggiare, poi improvvisamente tutti i mezzi di comunicazione sono stati presi dal narrare le gesta della “magistratura” piuttosto che i traguardi raggiunti dall’Italia nel mondo. Più importante è il personaggio chiave dell’inchiesta e più grande è il titolo dei giornali, dal politico alla velina basta fare notizia, far sentire che si esiste, in cerca di notorietà sparando inchieste su tutto e tutti pur di ottenere una prima pagina (la rivincita degli sfigati, cioè di coloro che con una laurea in legge non riuscivano a ereditare uno studio notarile).

Le aziende manifatturiere cominciano a bloccare le assunzioni e a non fare programmi di espansione a causa di un incerto futuro, e con sempre nuove incognite dovute a un possibile coinvolgimento di un fornitore o cliente in tangentopoli. Già, perchè dare una tangente a un politico era prassi comune, (era ?) poichè una legislazione contorta bloccava ogni iniziativa e chiunque volesse fare qualcosa, aveva bisogno di una corsia preferenziale per poter portare a compimento il proprio progetto.
Per qualunque cosa bisogna richiedere il placet di comune, regione, provincia, asl, vigili del fuoco, etc. ed è veramente impossibile soddisfare tutte queste richieste in tempi ragionevoli. Così spesso con un piccolo incentivo si accelerava la pratica. L’Italia si tiene tuttora in piedi solo grazie all’impegno di pochi impiegati che aiutano il cliente anche fuori orario e lo consigliano al meglio trovando soluzioni alternative all’idea originaria impraticabile, perchè va contro qualche legge.

Inizia la stagione del “fare cultura”, invece di costruire nuove infrastrutture, attappare le buche, ammodernare la raccolta della spazzatura, le amministrazioni si dedicano a organizzare concerti in piazza. Non si rischiano avvisi di garanzia e si rende felice il “popolo”. Inizia l’era dei sindaci che rimangono in carica per 2-3 turni consecutivi e tutti che elogiano il loro operato, cioè il nulla (v. rifiuti a Napoli, traffico e buche a Roma, inquinamento a Milano).

Anche il mondo del lavoro si adegua, non si creano posti di lavoro per produrre un bene, ma nascono giornali, corsi di aggiornamento, agenzie di collocamento, che sfruttano i giovani in cerca di lavoro. All’operosità dei lavoratori del nord est si sostituisce la “cultura”.
Vengono pubblicizzati corsi universitari in ingegneria e master di economia per poi impiegare tali laureati in ruoli dove all’estero vengono utilizzati periti tecnici. Fra tutti l’esperto della qualità con certificazioni ISO9000 e balle varie con il solo scopo di appesantire e rallentare i processi produttivi delle piccole aziende Italiane spesso a conduzione familiare.

Mentre i Cinesi ci copiavano i distretti industriali del Nord Est, noi buttavamo tempo e soldi ad adottare le certificazioni di qualità. Il TQM (total quality management) è una filosofia aziendale studiata dalle aziende Giapponesi quali la Toyota per ottimizzare la produzione ed evitare sprechi e tempi morti grazie alla politica del “ just in time “ che consiste nell’evitare di avere grosse scorte di magazzino e di ottimizzare l’arrivo di tutte le parti da assemblare in giornata. Tale sistema è ideale per aziende grandi, ma troppo oneroso da gestire per le aziende con non più di 3 dipendenti.

Tutto il mondo apprezza lo stile, la moda e il design made in Italy, ma a nessuno viene in mente di lanciare un corso universitario di design e di moda. Le scuole più conosciute al mondo sono a New York e in Giappone (ora anche in India). Tutto il know-how acquisito in questi anni e i segreti del mestiere si stanno perdendo per il mancato ricambio generazionale.

La crisi è finita e con essa anche molte piccole-medie aziende manifatturiere che non hanno retto il colpo. Nel 2012 inizierà la ripresa (in America), e sarà possibile sfruttare l’export per far ripartire la produzione industriale. Riusciremo a cambiare qualcosa in questi 2 anni? Altrimenti quale imprenditore investirà in un paese così lacerato, senza una guida politica, con enormi lacune infrastrutturali, e burocratizzato?

Internet e l'outsourcing

December 1st, 2009

Pensare che la new ecomomy possa aiutarci a risollevare l’economia Italiana è pura follia. Se internet ha un merito, è quello di impoverire gli abitanti dei paesi ricchi e trasferire un po’ di lavoro nei paese poveri. Molte aziende di software, call center, studi di ingegneria hanno sfruttano manodopera Indiana, costa molto meno far fare calcoli strutturali, o tenere la contabilità di una azienda in India che a Londra.

Tanto oramai il lavoro viene eseguito tutto dai computer e l’apporto umano è sempre meno indispensabile. Una volta era l’uomo al centro del mondo, trovare soluzioni architettoniche all’avanguardia, effettuare calcoli strutturali richiedeva uno studio e una esperienza notevole, ora basta immettere i dati in un pc, e aspettare il risultato. L’inventiva, la professionalità non ha più importanza, ciò si traduce in un deprezzamento del lavoro del professionista a tutto vantaggio di una delocalizzazione selvaggia, in cui basta disporre di persone pazienti e precise che non fanno errori nell’immissione dei dati.

Lo stesso vale per i call center, perchè mai una azienda dovrebbe assumere personale per rispondere al telefono? Prima lo si dava in outsourcing ad altre aziende sul territorio, poi visto il basso costo delle comunicazioni intercontinentali, o si appalta ad aziende Indiane, tanto li tutti parlano l’inglese. È divenuto impossibile entrare in contatto con un’azienda, sito internet, numero verde, e-mail, ma non si riesce più a parlare con una persona che abbia un minimo di conoscenza dell’azienda.

Non esiste più un ufficio reale, la sede spesso è solo legale, il telefono ufficiale dei responsabili non vengono più pubblicati, e al numeri verdi o a pagamento rispondono solo operatori esterni che non sanno nulla e spesso non possono essere di nessun aiuto. L’azienda è sparita, spende milioni in pubblicità ma non riesce a stare in contatto con i clienti acquisiti, e a coccolarli.

La Cina e la crisi: un'opportunità per l'Italia

December 1st, 2009

Tutti pensano che la crescita della Cina sia dovuta al basso costo della manodopera. Ciò in parte è vero, ma se un operaio cinese guadagna 100 euro al mese, dobbiamo pur essere consapevoli che un operaio Italiano ha una produttività notevolmente superiore, 5-10 volte dell’operaio Cinese. La forza della Cina sta soprattutto nell’aver adottato la semplicità e la flessibilità tipiche della cultura anglosassone nel fare business. Intere aree tax free per 3 anni consentono a imprenditori di aprire nuove aziende e di avviarle senza grossi costi, inoltre modificando e ampliando la struttura per meglio soddisfare le esigenze di mercato. Le banche concedono finanziamenti in base ai business plan presentati e non in base agli immobili che vengono dati in garanzia, ciò consente a chiunque di mettersi in proprio e di aprire una azienda.

Fino a qualche anno fa la produzione Cinese era per lo più di T-shirts e peluches, ora la maggior parte delle aziende si sono orientate verso prodotti tecnologicamente più complessi come auto e moto, ma senza cambiare la mentalità e politica commerciale. Abituati a trovare distributori che acquistavano container di loro prodotti senza mai curarsi del ciclo completo di un prodotto, dallo studio del marketing che in seguito a ricerche di mercato concepisce un nuovo prodotto o apporta modifiche a quelli già esistenti ascoltando i vecchi clienti, i Cinesi sono interessati solo a trovare qualcuno che gli piazza un ordine, ma moto e auto non sono T-shirts. Richiedono assistenza, garanzia, facile reperibilità dei ricambi e cura del cliente fidelizzandolo. Mentre i Giapponesi hanno invaso l’occidente spostando i loro stabilimenti in Europa e in America per essere sul posto e stare a contatto con il cliente finale e utilizzatore dei beni, i Cinesi non sono ancora pronti per tale politiche. Un altro problema che dovranno affrontare le aziende Cinesi è la diminuzione della domanda nei paesi ricchi.

La crisi economica e la scomparsa del ceto medio nei paesi occidentali porta anche un radicale cambiamento nei prodotti acquistati. Il ceto medio non ha più i soldi per mettersi in casa prodotti inutili, elettrodomestici usa e getta, spesso più gettati che utilizzati, la cui vita si misura più con il cronometro che con il calendario. La classe agiata preferisce acquistare prodotti di marca e di buona fattura, e qui il made in Italy potrebbe rientrare in gioco, anche in Cina, dove c’è una consistente richiesta di luxury brands.

Capitolo a parte dedicato alle auto. I cinesi hanno si cominciato a fabbricare auto in grado di superare il crash test, con motori euro 4, ma oggi quanto influisce il costo di un auto sui costi di utilizzo? Bollo assicurazione, carburante, parcheggi a pagamento e multe sono le voci principali di spesa. È vero l’auto Cinese in partenza costa poco, ma voci quale trasporto, non parlo solo del trasporto marittimo, ma soprattutto di quello terrestre su bisarca, tassa di immatricolazione, spese notarili, iva sono costi che rendono l’auto Cinese poi non così conveniente come si pensa. Inoltre i motori di vecchio stampo anche se depotenziati per rientrare euro 4 consumano notevolmente di più di un moderno motore di case automobilistiche note.

Come distruggere l'Italia

December 1st, 2009

Verso la fine degli anni ‘80 il sistema Italia nel suo complesso era al massimo del suo splendore. L’Italia rappresentava nel mondo il bello, il lusso, e uno stile di vita. Stilisti come Valentino, Armani, Versace, Ferrè, Krizia tanto per citarne alcuni, erano considerati veri e propri artisti e le loro opere esposte nei musei.

L’immagine dell’Italia non era basate solamente sul lusso, era leader mondiale nella produzione di acciai speciali (Le acciaierie di Terni, la Lucchini a Brescia), di materiali compositi (Azzurra e Il Moro di Venezia impegnate nella Coppa America), una solida produzione di beni di consumo di alto livello (mobili e elettrodomestici), e un invidiabile sistema industriale, quello del Nord Est, costituito da piccoli medi imprenditori, con i famosi distretti di produzione. Sistema studiato e copiato anche in Cina. Non è un caso che laggiù ogni città si sia specializzata nella produzione di un articolo: occhiali a Wenzhou, elettronica a Shenzhen, T-shirts a Ningboo, etc.

Gli Italiani vivevano alla grande, ben al di sopra degli altri Europei. I nostri manager potevano essere orgogliosi di volare Alitalia, collegamenti con tutte le maggiori capitali del mondo facevano sentire i nostri emigranti già a casa al momento del check in, la compagnia di bandiera era fra le più amate, ottimo servizio di bordo, aerei nuovi e rinomata per la cura nella manutenzione dei mezzi.

Gli italiani si riconoscevano sempre all’estero, erano gli unici a potersi permettere scarpe marroni sotto un completo grigio fumo di Londra. Un Americano o un Inglese non avrebbe mai osato accostare grigio e marrone, colore da loro utilizzato per gli stivali da prateria. Ma noi Italiani potevamo permetterci questo e altro, indossare una giacca a quadri con pantaloni grigi per un consiglio di amministrazione. Nella City lo spezzato è impensabile, gli altri non avevano quella classe nel dna che consentisse loro di mescolare colori, il fai da te non gli era permesso. Le Americane erano sempre perfette nel loro vestito Armani, borsa e scarpe venivano sempre acquistati insieme al completo e al lavoro o a cena mai una sbavatura. Ma le avete mai viste nel tempo libero? Accostamenti di colori e stili da far rabbrividire un barbone, quando non è più il consulente della boutique a vestirle, il risultato è terrificante. Le Italiane forse sono un po’ meno eleganti al lavoro, spesso non utilizzano la gonna, ma anche con un paio di jeans e una camicetta riescono ad avere quello charme eleganza e sensualità che le Americane riescono ad avere solo nei film.

Il tenore di vita degli Italiani era ben al di sopra di Tedeschi, Francesi e Inglesi, la maggior parte degli Italiani abitava in una casa di proprietà, molte famiglie avevano acquistato addirittura una seconda casa per trascorrere le vacanze al mare, lavastoviglie e lavatrice erano elettrodomestici di uso comune, tutti i maggiorenni si recavano al lavoro con la macchina e tutto questo costituiva una anomalia se confrontato con altri paesi Europei.

Il nostro stile di vita era paragonabile a quello Americano e per certi versi superiore, considerando il numero di ore lavorative pro capite in Italia e in America. In Italia spesso lavorava solo 1 persona su 4 (famiglia tipo composta da 2 genitori e 2 figli) e le ferie erano di 30gg/anno, In America gli studenti spesso erano impegnati in lavoretti saltuari e le ferie erano di 15gg/anno.

Verso la fine degli anni ‘80 l’alto tenore di vita degli Italiani cominciava a dare fastidio a un po’ di gente: la Fiat non vendeva più auto, gli Italiani preferivano e si potevano permettere Mercedes e BMW, d’altra parte dopo il successo della Lancia Thema, il gruppo Fiat non produsse più auto degne di essere chiamate tali, ma scaldabagni a 4 ruote. Inoltre la Lira era molto forte all’epoca e anche le esportazioni verso altri paesi Europei erano in calo. L’Alfa Romeo con l’adozione della trazione anteriore e il pianale Fiat aveva perso quel fascino di auto sportiva che costituiva buona parte della clientela storica, in Italia come in Germania e in America. Le grandi aziende avevano difficoltà a reperire manodopera a basso costo, nessuno voleva fare più l’impiegato o l’operaio per pochi spiccioli, erano tempi in cui lavorare in proprio era molto più redditizio, fra tutti commercio e servizi di consulenza alle aziende.

La notevole liquidità e non permetteva alle banche di lucrare con i mutui e prestiti, attività molto più redditizie del semplice conto corrente, le case e tutti gli altri beni di consumo venivano pagati in contanti, le carte di credito erano usate solo da una elite per acquisti importanti.

Inoltre, la chiesa non vedeva di buon occhio il proliferare di Yuppies e il loro stile di vita. Ritmi frenetici, eccessiva attenzione all’ostentazione dei beni di lusso, e il poco tempo da dedicare alla famiglia erano contrari allo spirito cristiano (versione buonista). Molto più laicamente si può affermare che il pensiero sia stato dettato da un altra considerazione: un calo delle frequentazione delle chiese avrebbe comportato un calo anche nelle offerte.

Dalle considerazioni di cui sopra si evince che un abbassamento del tenore di vita degli Italiani non sarebbe dispiaciuto ai di cui sopra, considerando anche che era già stata annunciata la nascita della moneta unica e dell’Europa unita. Ciò avrebbe comportato la scomparsa di molte grandi aziende Italiane che avrebbero dovuto lottare ad armi pari con aziende Tedesche e Francesi, avendo un costo del lavoro superiore, una carenza di infrastrutture, e una burocrazia da paese … che non consentiva ampliamenti e modifiche in tempi ragionevoli per una impresa.

Verso la fine degli anni ’80 tutta la gente di cui sopra realizzò che doveva escogitare un sistema per abbassare il tenore di vita degli Italiani. La cosa non era semplice, non era pensabile abbassare il costo del lavoro senza rischiare una sommossa popolare. Grazie a un mix di fattori ( esterni ? ) nel 1992 è cominciato un processo di declino economico politico e industriale che ha portato l’Italia sul baratro. Lo slancio imprenditoriale tipico dello Yuppie Italiano veniva frenato da una caccia alle streghe che ha portato alla frammentazione e distruzione di un know-how unico al mondo. L’andare in giro su un auto di lusso o frequentare locali alla moda significava essere o un politico corrotto o un imprenditore legato al mondo delle tangenti.

Cosa è che fa andare avanti il mondo, non è forse quel desiderio di conquista, di dire ce l’ho fatta, quel senso di avidità che caratterizza ogni imprenditore e che lo porta a voler rischiare ogni giorno sempre di più per ampliare l’azienda e migliorare lo status sociale? “ Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza “ scriveva un certo Dante in tempi non sospetti. Ecco cosa distingue un uomo di successo da un “bruto”, il voler sempre qualcosa di nuovo, essere coinvolto in nuove avventure e sfide, e raccoglierne i frutti migliorando il proprio stile di vita. La dottrina Calvinista base della chiesa anglicana è stata sempre osteggiata dalla chiesa nostrana, basta vedere la fine dei maggiori scienziati e studiosi vissuti in Italia qualche anno fa: Galileo Galilei, Giordano Bruno, Leonardo da Vinci.

Tutti i dirigenti delle grandi aziende venivano inquisiti e indagati, la classe politica decimata, gli imprenditori arrestati e trattati come lebbrosi. Tutto ciò che era sopra la media doveva essere abbattuto. Raoul Gardini e Cagliari furono suicidati dal sistema e con loro se ne andò buona parte dell’industria Italiana. Politici, industriali e addirittura stilisti furono indagati per tangenti, il leitmotiv era arrestare tutti e sputtanare i loro nomi sui giornali. Non si salvò nessuno, l’impeto distruttivo colpi tutto e tutti.

La stampa fu così abile da spostare tutta l’attenzione su tangentopoli, annunciando ogni giorno nuove inchieste e arresti, e a far passare inosservate importanti e decisive operazioni economico-finanziarie sulle spalle degli Italiani. Mentre accesi dibattiti televisivi tenevano incollati gli italiani la lira veniva svalutata nei confronti delle altre valute. Gli Italiani cominciavano ad appassionarsi alle discussioni politiche e allo scambio di accuse fra i vari partiti, fra innocentisti e colpevolisti, fra chi era favorevole al “tutti dentro” e chi più realista, era sempre stato a conoscenza delle tangenti e le considerava un male necessario. Il paese di riferimento e leader in Europa era all’epoca la Germania, uno stato con una moneta forte, il marco che era utilizzato in molti paesi Europei e Asiatici in alternativa al dollaro. Un marco valeva allora meno di 500 lire, e stavamo per entrare nell’Euro, la moneta unica Europea.
Per dimezzare il tenore di vita degli Italiani, bastava dimezzare il valore della lira, e il gioco era fatto. Mentre tutti erano impegnati in sterili discussioni su tangentopoli, la lira fu svalutata e il cambio lira marco passò a quasi mille lire, il doppio. Con tale valore di cambio la lira fu cambiata con l’euro. La progressiva svalutazione della ns. moneta fu una salvezza per le aziende che operavano a livello internazionale, e accolta favorevolmente anche dai piccoli imprenditori del Nord Est che si trovavano ad essere agevolati nell’esportare i propri prodotti.

Mentre nel resto del mondo le aziende si strutturavano e si riorganizzavano per essere competitive visto l’imminente arrivo sul mercato di beni prodotti nei paesi Asiatici che avrebbero messo in seria difficoltà tutte le aziende del mondo occidentale, in Italia le aziende, vista la conquista di fette di mercato dovuta alla svalutazione della lira, ha fatto si che nessuna azienda prendesse in considerazione una ristrutturazione interna. Dopo qualche anno, non potendo più contare sull’effetto valuta, la poca produttività delle aziende Italiane è tornata a farsi sentire. Il processo di distruzione è stato ultimato 15 anni dopo, forse la situazione è sfuggita di mano e il tenore di vita è stato abbassato troppo. Tutti ora predicano un aumento dei salari e un rilancio dei consumi, ma ormai è tardi.